La resilienza - Cavalcare la tigre

I meccanismi mentali implicati nel trail

Nel trail il fattore mentale conta forse più che in tutte le altre forme di corsa. Questo tipo di gare contemplano la possibilità di un altissima varietà di imprevisti e difficoltà. Alla consueta compagnia di fatica, dolore e disagio, si aggiunge la possibilità di tanti altri “imbarazzi”: come perdere la strada, rotolare giù per qualche pendio, patire il freddo, soffrire la quota, subire i cambiamenti meteo (qui in modo molto più drastico che altrove), affrontare la notte, ed altre amenità che non mi dilungo ad elencare. Il modo con cui ciascuno di noi reagisce alle difficoltà diventa uno dei fattori psicologici chiave: quale atteggiamento ci provoca un ostacolo? Desistiamo, invochiamo la sfortuna, cerchiamo degli alibi, ci sentiamo inadeguati o ci impegniamo ancora di più?  E quanto stress ci viene arrecato da un pericolo, un imprevisto, un problema?
Anche se sembra il contrario, la sensibilità allo stress dipende in gran parte da noi stessi: da come interpretiamo gli eventi, dalle nostre aspettative, da quanto ci pensiamo forti. Una difficoltà viene vissuta tanto più stressante, quanto più la percepiamo come fuori dal nostro controllo, eccedente le nostre forze di risposta. Al contrario, una circostanza anche molto sfidante e oggettivamente pericolosa, può risultare priva di stress per chi si ritiene in grado di dominarla. Prendiamo come esempio l’alpinista di punta alle prese con una parete molto difficile: egli non vive con molto stress la situazione in quanto ritiene (a torto o a ragione) di poterla gestire. Ma lo stesso contesto risulta essere emotivamente devastante per una persona che soffra di vertigini o che non sia mai andata in montagna: lo stress in questo caso diventa fortissimo perché la situazione viene vissuta come incontrollabile.
Tutti questi esempi ci conducono ad un concetto chiave: le persone non sono stressate dagli eventi in sé, ma dall’interpretazione che ne danno. E l’interpretazione ne orienta anche i comportamenti. Se io penso che il dolore sia qualcosa di assolutamente non gestibile in modo attivo, al primo indolenzimento terminerò il mio trail. Viceversa, vedrò la sofferenza come un elemento del gioco, che lo rende anzi più interessante.
Tutto questo ci ricorda che noi non viviamo nella realtà oggettiva (sebbene questa esista, eccome!), ma all’interno di una continua interpretazione e valutazione soggettiva degli eventi: quella che –per l’appunto- viene anche definita “valutazione cognitiva”. Perfino quando ci guardiamo in giro scegliamo senza accorgercene cosa vedere e cosa no. In ogni istante noi selezioniamo cosa vedere della realtà secondo quello che ci aspettiamo e vogliamo trovare. Si dice che alle donne incinte il mondo appaia improvvisamente pieno di donne in stato di gravidanza. In realtà è solo che –a causa della loro situazione- esse sono molto più attente quando incontrano una donna nella loro stessa condizione. Prima non le notavano, ora le osservano subito. Allo stesso modo, possiamo vivere le gare come una sublimazione della feroce lotta tra individui alla base della sopravvivenza; oppure scegliere di vederle come fa Dawa Sherpa, come eventi che scandiscono la vita di una grande famiglia (“voi non siete i miei avversari, voi siete i miei amici, la mia famiglia”).
È chiaro che la modalità scelta avrà delle ripercussioni pratiche, anche in termini di risposta fisiologica prodotta: è più probabile che chi decide di vedere le competizioni come l’espressione moderna della lotta per la sopravvivenza manifesti nel pre-gara un funzionamento intestinale molto più vivace. Analogamente, se sono sulla parete e continuo a produrre immagini di me stesso che precipito, è facile che finirò per distrarmi, sbagliare e cadere.
Attenzione, ora non andate a cercare la copertina di codesta rivista per controllare se non avete acquistato –per errore- l’”Annuario di filosofia speculativa”. Quello che stiamo dicendo ha ricadute molto concrete. Si pensi alle sensazioni di fatica, per esempio: la loro intensità soggettiva è influenzata enormemente dalle interpretazioni esterne della prestazione (“supero”.. “sono superato”), oltre che dal reale funzionamento fisiologico. Oppure pensiamo a quelli che ci diamo come limiti. Spesso noi selezioniamo i limiti e poi li utilizziamo per giustificare i nostri insuccessi. Gli sportivi di eccezione invece non prendono quelli dati come limiti. Credete forse che a Marco Olmo non venga ricordato continuamente che a 58 anni è impossibile vincere l’UTMB? Mi sembra che il gentiluomo abbia deciso di ignorare i limiti che l’opinione pubblica ha ritenuto di fissare per gli uomini–Marco mi perdonerà il termine- “di mezza età”. Badate bene: questo non vuol dire che oggettivamente non esistano dei limiti. Ma spesso essi non corrispondono a quelli stabiliti dai nostri modelli mentali. Un esempio personale: un paio di anni fa, durante uno stage tenuto insieme a Luca Speciani, chiedemmo ad un gruppetto di fare il proprio personale su di un breve percorso sterrato. Ognuno fece un certo tempo, convinto di aver raggiunto il proprio limite. Il giorno seguente chiedemmo agli stessi di rifare il proprio personale, abbassandolo di almeno un secondo. Tutti erano perplessi. La perplessità aumentò ulteriormente quando mettemmo sulle spalle a tutti uno zainetto contenente un peso di 5 kg. Alla fine li convincemmo tutti a partire promettendo di dare comunque il massimo. Ebbene, nonostante lo zaino tutti rifecero il tempo del giorno precedente ed un soggetto lo abbassò persino di 1 secondo! Non leggo questo episodio come la riprova che i limiti personali siano estensibili all’infinito: significherebbe credersi onnipotenti. Piuttosto lo vedo come la dimostrazione che spesso i limiti che ci poniamo –nonostante la buona fede- non corrispondono a quelli reali: per esempio per il fatto che si tende a “tirarsi indietro” di fronte alla fatica estrema. Si tratta di un modo molto diffuso di affrontare le difficoltà: le si sopravvaluta per avere l’alibi per non impegnarsi a fondo. Non crediate che le stesse cose non si riscontrino anche tra i cosiddetti “atleti di alto livello”.
La preparazione psicologica alle gare trail, in particolare a quelle più impegnative, richiede di prendere consapevolezza a fondo dei propri atteggiamenti rispetto alle difficoltà che inevitabilmente si presenteranno in gara. Nonostante questi atteggiamenti abbiamo preso dimora presso di noi sin dai tempi dell’infanzia, è sempre possibile cambiarli. E’ su queste cose che spesso si compie la differenza tra chi è solo molto allenato e chi è davvero forte (Olmo docet..).
Un altro obiettivo della preparazione psicologica ai trail è quello di aiutare il soggetto a gestire al meglio i suoi processi interni, cioè le sue risposte fisiche alle emozioni e allo stress: sostanzialmente questi fenomeni, se non governati, comportano delle modificazioni nervose ed ormonali nell’organismo che producono un ulteriore costo energetico per le strutture dell’organismo già sovraccariche. Nel trail accade –in scala più ridotta- quello che succede sui giganti himaliani: qui diventa vitale regolare le emozioni e l’ansia perché ogni risparmio di energia rappresenta un’ulteriore probabilità di sopravvivenza. Per ottenere questo scopo esistono metodologie molto avanzate. Qualcuna di queste sarà oggetto di un prossimo articolo.

Tratto da un articolo di Pietro Trabucchi pubblicato sulla rivista Correre




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