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La Resilienza
Il termine "resilienza" in origine proveniva dalla metallurgia: indica, nella tecnologia metallurgica, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Per un metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità. Così anche in campo psicologico: la persona resiliente è l’opposto di una facilmente vulnerabile. Etimologicamente “resilienza” viene fatta derivare dal latino "resalio", iterativo di "salio". Qualcuno propone un collegamento suggestivo tra il significato originario di "resalio", che connotava anche il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, e l’attuale utilizzo in campo psicologico: entrambi i termini indicano l’atteggiamento di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà. La mia personale definizione del termine è la seguente: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo "persistere" indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a "leggere" gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.
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| Ornella G. - Trentino -Italy |
ATLETI RESISTENTI E\O RESILIENTI? "La resilienza – o resistenza psicologica- è una delle qualità irrinunciabili per l’atleta di alto livello. Tuttavia va coltivata consapevolmente. Altrimenti si rischia di essere superati anche dai sedentari. Leggere per credere."
"Al secondo posto nella lista delle torture più temute (..) c’era l’attacco alle gradinate. Tutti i giocatori sapevano che cosa voleva dire, e quando Rake aveva gridato “Spalti!”, mezza squadra avrebbe dato un braccio per andarsene" John Grisham, "L’allenatore"
Con il termine “resilienza” si indica, nella tecnologia dei metalli, la resistenza a rottura dinamica ricavata da una prova d’urto. Da alcuni anni si parla però anche di “resilienza psicologica”, o di concetti analoghi, come quello di “hardiness”. La resilienza psicologica descrive la capacità di adattarsi con successo alle difficoltà e agli eventi stressanti dell’esistenza: è –in altre parole- la resistenza mentale. L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, ha portato un rinnovato interesse nei confronti di questi concetti; gli eventi terroristici hanno dimostrato infatti che soccombere psicologicamente agli stress più severi non è la regola nel caso degli esseri umani. La maggior parte delle persone, fortunatamente, tende a essere resiliente e quindi ad adattarsi e a superare indenne le avversità ed i più severi stress: ad esempio, tra le persone direttamente coinvolte negli attacchi alle Torri Gemelli, solo una piccola percentuale –sto citando una serie di studi usciti nel 2002 – hanno sviluppato disturbi psicologici gravi. Tutti gli altri sono invece riusciti, un po’ alla volta, a ricostruirsi una vita normale –anche dal punto di vista emotivo e psicologico. L’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è determinato e estremamente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia.
Non è un caso, dunque, che uno studio uscito nel 2002 – che esaminava le caratteristiche psicologiche di 32 atleti statunitensi vincitori di medaglie olimpiche –indichi nella resilienza uno dei requisiti irrinunciabili per l’atleta di alto livello. Addirittura, una ricerca che cito spesso, realizzata nel 1995 in Germania da W. Hauser, ha dimostrato che i risultati degli atleti nelle gare Ironman si correlano in modo più significativo con le loro caratteristiche psicologiche rispetto alle loro qualità fisiologiche come il “Massimo consumo d’ossigeno”: come dire, è più importante per andare forte in queste gare, essere resilienti piuttosto che resistenti! Gli atleti di alto livello sono, e devono essere, molto resilienti: in parte perché le loro caratteristiche psicologiche sono già frutto di una selezione. Ma anche perché la pratica sportiva favorisce la costruzione della resilienza: c’è un bel detto di Eddy Ottoz a questo proposito, “l’allenamento è la rappresentazione della speranza”. Allenarsi infatti comporta il darsi attivamente degli obiettivi, credere che sia possibile raggiungerli, impegnarsi per farlo; superare imprevisti, impasse, frustrazioni ed infortuni; essere disciplinati, mantenere alta la speranza e la motivazione. Dunque – abbiamo detto- gli atleti di alto livello dovrebbero presentare livelli di resilienza molto elevati; tuttavia, quando delle qualità, siano esse fisiologiche o psicologiche, vengono cresciute in maniera indiretta e inconsapevole, il condizionale è d’obbligo. Con l’espressione “in modo indiretto e inconsapevole” intendo dire che raramente un atleta fa un lavoro specifico sulle sue capacità mentali: le coltiva, spesso senza saperlo, attraverso gli anni di pratica sportiva. Mi è capitato recentemente di fare un’interessante verifica sulla questione: ho potuto somministrare un questionario che misura l’”hardiness” (che non è il tasso di propensione a guardare film a luci rosse, ma una nozione analoga a quello di resilienza) a due gruppi di persone, diversi tra loro ed entrambi un po’ speciali. Da un lato un gruppo di giovani laureati rampanti – nella maggior parte ingegneri – che frequenta corsi di formazione presso l’università privata di una multinazionale petrolifera. Dall’altro una delle squadre di nuoto più forti d’Italia, che annovera nel gruppo diversi atleti olimpici, tra cui la medaglia d’argento ad Atene Federica Pellegrini. Ebbene, il confronto tra i due gruppi ha dato risultati sorprendenti. Si tenga conto che la misura dell’hardiness si articola su tre dimensioni

Martina T. - Valle d'Aosta - Italy
principali: challenge, commitment, control. “Control” indica quanto l’individuo pensa di controllare il corso della propria vita, fattore fondamentale per un atleta: se infatti non pensassi che è il mio impegno a governare la mia vita, che senso avrebbe l’impegno nell’allenamento? “Commitment” misura la capacità di coinvolgersi attivamente nelle attività che si intraprendono. “Challenge” è la propensione a vedere i cambiamenti, i problemi e gli imprevisti come una sfida ed un’opportunità piuttosto che in modo catastrofico. Ebbene, è proprio da questa dimensione che sono arrivate le maggiori sorprese. Infatti, come ci si poteva aspettare, gli atleti di alto livello risultano leggermente più forti rispetto ai rampanti– ma non in maniera significativa- nelle dimensioni del control e del commitment. E’ ovvio: anche per diventare ingegneri occorre impegno, coinvolgimento e la sensazione di poter controllare al propria vita. Ma il “challenge” è significativamente più basso negli atleti. Strano? Forse non troppo. Spesso si cresce sportivamente dimenticando di essere atleti in generale, prima che specialisti della propria disciplina. L’atleta – in senso generale – deve essere un individuo adattabile, mentalmente disponibile al confronto, alla sfida. Qualcuno che non si tira mai indietro. Se uno preferisce diventare un’”impiegato” della sua disciplina, sceglie di limitarsi a coltivare al meglio il suo orticello, lasciando tutto il resto fuori. Succede anche nel podismo –anche tra gli amatori: “vieni a fare una corsetta in montagna?” “Ah no, grazie, corro solo in pianura!”; “Dovresti fare un test” “Eh, ma adesso non sono allenato! (ci si allena per i test o sono i test che servono per capire come allenarsi?)”. Però spesso questo atteggiamento non mette in salvo nessuno: prima o poi l’imprevisto, il fulmine a ciel sereno, la novità irrompono anche nelle più tranquille e routinarie carriere sportive. E possono condizionare fortemente la prestazione, se non ci si è abituati prima a gestirli. La buona notizia è che si può facilmente riguadagnare il tempo perduto. Ai nuotatori è toccato fare un lungo collegiale dove si facevano cose diverse dalla loro disciplina in condizioni di disagio. Attraverso i giorni ha avuto luogo un portentoso irrobustimento nel loro senso di “challenge”, che vi esemplifico attraverso alcune frasi tipiche:
(primo giorno) “Sta piovendo. Vero che non si va a correre fuori?” “Certo che NON mi sto impegnando al massimo. Tanto la canoa non è il mio sport.” “Cosa? Questa sarebbe una palestra?? Avete sistemato in un cantiere all’aperto questi vecchi manubri! E le macchine dove sono?” “Ho le vesciche, ho le vesciche. Voglio stare in albergo!”
(settimo giorno) “Certo che correre in montagna è fantastico anche se è tutto bagnato.” “Uff..pant..pant..la canoa non è il mio sport ma..uff..uff…non starò certo dietro a uno che potrebbe ..uff…essere mio padre…(riferito al tecnico).” “Dai, spingi con quei pesi! Fregatene se sta piovendo!” “Vesciche? Che vesciche?”
Tratto da un articolo di Pietro Trabucchi pubblicato sulla rivista Correre del 2007
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