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LA LUCE INTERIORE DEL DEFRAUDATO OLIMPICO
“Leggiamo il mondo in modo sbagliato e diciamo che esso ci delude” Tagore, Uccelli migranti, LXXV
“A sei anni ho deciso di entrare in un monastero buddista. I miei genitori hanno fatto fatica ad accettare ciò, sei anni è poco per decisioni del genere! Ho insistito e alla fine gli ho convinti: sono entrato e sono restato lì per sei anni.”
Dachiri “Dawa” Sherpa è nato nel piccolo villaggio di Chulemo-Taksindu, nella regione dell’Everest in Nepal. E’ da questo villaggio di quaranta case che origina la sua folgorante carriera di corridore in montagna, culminata nella vittoria all’Ultra Trail mont-Blanc. “Dawa” – il soprannome sta per “lunedì” , giorno della sua nascita- è il quinto di nove figli. Qui, nel salotto di casa sua- a Ginevra- emana un’aria di serenità e gentilezza, nonostante sia appena rientrato da otto ore di lavoro in cantiere. Visto così, non lo penseresti così forte, capace di macinare i 155 chilometri di sentieri che circondano il massiccio del Monte Bianco in circa venti ore.
Alla morte del padre ha abbandonato il monastero per aiutare con il proprio lavoro la famiglia: ha cominciato facendo l’aiuto cuoco nei trekking. Nel 1994 uno svizzero organizza una corsa proprio lì in Nepal: gli mancano dei concorrenti a causa del forfait inaspettato di alcuni europei. Allora chiede a Dawa se gli interessa partecipare. “Sicuro!” risponde lui. E’ una gara a tappe di sette giorni, altrimenti conosciuta come la “Super marathon de l’Himalaya”. C’è solo una piccola complicazione: Dawa non ha mai corso in vita sua. E’ sì ben allenato, praticante di arti marziali dai tempi del monastero: ma correre, quello non l’ha mai fatto specificamente….Si presenta al via e parte: dopo tre giorni di gara è costretto al ritiro per malattia. Ma ormai è stato contagiato dallo “spirito della corsa”. In quell’occasione conosce Annie, una francese che vive in Svizzera. E’ il colpo di fulmine e poco tempo dopo si sposano e si stabiliscono a Ginevra.
Parlando con Dawa sei subito colpito dalla sua capacità di ristrutturare il significato degli eventi. Credo che sia un’eredità dei suoi anni passati in monastero, del suo addestramento buddista. Ristrutturare cognitivamente qualcosa significa cambiare in positivo il modo in cui la vediamo. Per esempio trovare qualcosa di positivo in una difficoltà; riuscire ad apprendere un insegnamento da un errore; sapersi rialzare fortificati da una sconfitta. E’ una capacità di cui siamo poco consapevoli ma che rappresenta una delle maggiori risorse a disposizione per affrontare le situazioni problematiche e di stress.
Il mondo dello sport fornisce continue occasione per esercitare questa capacità: non esiste nulla di più stupido del podista che maledice la pioggia: la pioggia cade quando gli pare, sui giusti e sugli ingiusti –come dice Sheakespeare- e non esiste nulla che possa importargli di meno dei programmi di allenamento per quel giorno di Tizio e Caio. Ma quella stessa pioggia, od il freddo, o l’oscurità – oltre la negatività- rappresentano anche un’occasione sia per Tizio che per Caio: quella sì di rischiare un raffreddore, ma anche la possibilità di diventare più forti mentalmente.
Anche il fatto di sbagliare o la stessa sconfitta possono essere viste come uno strumento per crescere: ciò che distingue i vincenti dai perdenti è proprio la diversa valutazione che viene data all’insuccesso. Per il vincente, qualsiasi sconfitta –anche se genera inevitabilmente della frustrazione- viene vista come un’opportunità per apprendere e migliorare, uno stimolo per impegnarsi ancor più da subito. Per il perdente la sconfitta è solo l’ennesima conferma della propria inadeguatezza; e ciò lo demotiva ancora di più ad impegnarsi per cambiare questo stato di cose. Apprendere dalla sconfitta è però un atteggiamento difficile da adottare in una società che ci impone di essere sempre vincenti, che ammette solo la vittoria. Ci vuole molta più forza per apprendere dalle sconfitte, piuttosto che per vincere sempre con facilità. Dawa ha sviluppato fortemente la capacità di vedere l’opportunità nell’apparente negativo. “In occidente” mi spiega” la gente tende a pensare: se non vinco, non corro. Ma io sostengo il contrario. Io parto per correre, non per vincere. Se poi arriva la vittoria, tanto meglio. Ma è un di più.” Ed aggiunge: “ Nella corsa come nella vita, ci sono cose buone e cose cattive. La gran parte di noi cercano il positivo –e questo va bene- ma non bisogna dimenticare che quest’ultimo non esisterebbe senza il negativo, e viceversa. Noi abbiamo bisogno di tutti e due per trovare l’equilibrio, ma trovare quest’ultimo non dipende che da noi stessi”.
Sarà questa visione del mondo il segreto della sua incredibile serenità di fronte ad una delle più ingiustificate ingiustizie sportive degli ultimi anni? Una delle immagini sportive più belle che io ricordi appartiene alle Olimpiadi Invernali: è stato qualche anno fa, quando Bjorn Dhalie -dopo aver vinto la sua gara e aver rilasciato un'intervista alla Tv norvegese- tornò indietro sul traguardo per accogliere ed abbracciare il primo concorrente africano che avesse mai partecipato alle Olimpiadi nello sci nordico (e che era arrivato una buona mezzoretta dietro).
A quell’immagine ideale nella mia testa se ne contrappone ora un’altra, di segno contrario e proveniente dalle Olimpiadi di Torino 2006: Dawa doveva partecipare- quale unico atleta nepalese convocato- alla 50 km skating. Aveva già partecipato –anni prima- ai Giochi Asiatici, classificandosi ultimo. Per le Olimpiadi si era preparato meglio, aveva eccezionalmente lasciato il lavoro in cantiere per cinque mesi, aveva preso lezioni di sci, lo avevo visto partecipare ad alcune gare in Coppa Europa. Nel frattempo si era perfino permesso il lusso di bastonare (nella corsa, non nel fondo) il fortissimo campione francese di sci nordico Vincent Vittoz. Tre giorni prima che la gara venga disputata, il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) lo avverte che è stato spostato d’ufficio dalla 50 km tecnica libera alla 15 km a tecnica classica (come dire dal dorso alla rana nel nuoto). La motivazione, semi-ufficiale e un po’ oscura, è che il CIO avrebbe preferito che tutti gli atleti dei paesi minori avessero corso la gara sprint, in modo da togliere il disturbo in cinque minuti. Ma poco tempo dopo si chiariscono le cose in tutta la loro nauseante verità: il provvedimento parte dal TOROC (il comitato organizzativo delle olimpiadi torinesi) ed è motivato dal fatto che tale organismo vende le gare direttamente alle televisioni di tutto il mondo. Le televisioni comprano un format che riguarda l'intera gara, ossia partenza, arrivo e pre-premiazione al termine. Ovviamente ci sono pressioni perchè la gara abbia dei tempi contenuti -così il Toroc vende più gare nella stessa giornata. E tutta questa gente del terzo mondo che si dimena sulla pista è fonte d’imbarazzo perché rischia di allungare eccessivamente i tempi televisivi. Dunque, in totale sintonia con lo Spirito Olimpico - non potendo per ora ricorrere ad altri tipi di soluzioni più radicali- si relegano i paria olimpici in gare dove possano nuocere meno. Si diffonde la notizia e lo sdegno: Dawa e Annie ricevono messaggi di solidarietà da tutto il mondo, alcuni quotidiani chiedono di intervistare lo Sherpa, perfino alcuni tra i teodofori olimpici inviano al TOROC e-mail di indignazione. L’unico che rimane calmo e tranquillo di fronte alla prospettiva di aver prodotto inutilmente mesi di sacrifici è proprio lui, Dawa. Alla partenza della 15 km a tecnica classica la sua serenità appare inversamente proporzionale alle sue capacità tecniche, quasi nulle: altri forse avrebbero utilizzato l’ingiustizia subita quale alibi per evitarsi la figuraccia in mondovisione. “L’ho fatto per i giovani in Nepal” spiega “Almeno per quei pochi che possono vedere una televisione. Non ho voluto pensare a me stesso. Ma al fatto che –il semplice fatto che un nepalese fosse lì e partecipasse, non importa con che risultato- avrebbe dato loro speranza. Per questo dico che il tutto è stato qualcosa di molto positivo.” Signori Giornalisti, Vi prego, quando qualche calciatore miliardario si lamenta delle vesciche nei piedi per le scarpette nuove o dell’ingaggio deludente, evitate di umiliare l’intero genere umano riportando ciò come fosse notizia degna di nota. La luce che abita il mondo –fortunatamente- è più vasta.
(rielaborato da "Resisito dunque sono" -di Pietro Trabucch, edizioni Corbaccio |
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